Il Ritorno di Piero (libro)

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  1. RECENSIONE Recensito da Eugenio Corti

    Eugenio Corti - scrittore - 26/01/1995

    Premesso che – come ogni altro narratore – io non sono adatto a stendere critiche, Le dirò che “Il ritorno di Piero” (opera più delle altre vicina alle mie tematiche) ha letteralmente legata la mia attenzione, tanto che ero impaziente di riprenderne la lettura dopo ogni interruzione. Vi si nota l’intervento di una mano capace (la sua) che ha dato sistema e ha impresso un ritmo all’insieme.
    Forse in qualche punto (la pagina della battaglia) sfrondando in modo un po’ eccessivo. Ne viene comunque un’ agile e vivace testimonianza sulla guerra in Sicilia, che è ancora oggi poco conosciuta.
    (Inviato su 28/02/11)

  2. RECENSIONE Recensito da Francesco Giuseppe Pianori

    E' un piccolo capolavoro. Dico "piccolo" per le dimensioni del libro; ma è affascinante quanto al contenuto e allo stile del racconto. Mi ha colpito la leggerezza del racconto, il modo sereno di descrivere i particolari e le situazioni. Se fosse stato scritto sull'onda dei ricordi ed in una situazione tranquilla di pace, mi risulterebbe ovvio; ma sono parole "in presa diretta", sotto i bombardamenti, in occasioni drammatiche e questo è tanto più pregevole. Un giovane uomo che è capace di ironia, di stupore, di purezza nello sguardo delle cose e delle persone incontrate è davvero singolare, incantevole. E' una pagina di storia viva. La nostra scuola italiana dovrebbe coltivare e far conoscere questo genere di testimonianze alle generazioni che sono venute dopo.
    (Inviato su 28/02/11)

  3. Recensione Recensito da Daniela

    RECENSIONE

    La memorialistica bellica è un genere letterario a sé stante, ben diverso dai romanzi di guerra come Niente di nuovo sul fronte occidentale oppure Il cavallo rosso. Si va dalle testimonianze più elementari - e anche struggenti - di soldati semplici semianalfabeti che si limitano ai loro ricordi immediati, fino alle autobiografie dei comandanti di interi eserciti, il più delle volte fredde analisi strategiche auto-giustificatorie. Oppure i reduci si esaltano nella descrizione quasi compiaciuta dei combattimenti cui hanno preso parte, dimenticandone il lato umano.

    Il breve libro di Valter Valmaggi „Il ritorno di Piero (Guaraldi 1993, 108 pp.) da questo punto di vista costituisce una inconsueta e felicissima sintesi. L'autore è un ufficiale d'artiglieria, quindi un militare abituato a osservare, e a individuare l'essenziale in quello che osserva. Il grado non troppo elevato gli consentì di vivere a contatto con la truppa e partecipare ai combattimenti, ma al tempo stesso di guardare agli eventi bellici con un orizzonte più ampio senza però velleità di stratega o di politico.

    E' la storia di un militare che partì dalla sua Rimini nel maggio del 1943 lasciando la moglie e il figlio appena nato, fu assegnato a una batteria in Sicilia giusto davanti alla spiaggia dove gli Alleati sarebbero sbarcati in forze, fu gravemente ferito e trascorse quindici interminabili mesi in una irreale semi-prigionia senza notizie dai suoi, salvo l'angoscia che gli davano i bollettini di guerra man mano che gli Alleati si avvicinavano a Rimini e i combattimenti si facevano più duri.

    Il ritorno propriamente detto occupa solo la parte finale del libro, circa un terzo, ed è una storia comune a tutti gli italiani che vissero in quegli anni: un'odissea sui pochi treni strapieni che partivano quando capitava, le strade insicure, i lunghi tratti a piedi e i passaggi rimediati a caro prezzo sui camion civili e quelli militari, i mille espedienti per trovare alloggio e per filtrare dentro le zone alleate di occupazione. Ma è un itinerario percorso con enorme determinazione nonostante la debolezza per la ferita, raccontato con occhio partecipe verso tutto quel che vede e incontra, sorretto da una fede semplice e virile che l'Italia ha perduto dal boom economico in poi.

    Infine, in una Rimini ridotta a città fantasma, il ritrovamento dei parenti e l'incontro stupefatto con la sua famiglia, colta nei gesti più semplici e più grandi: „Sono fermo sulla soglia, e quasi non posso credere ai miei occhi: seduta sullo sgabello della mungitura, c'è mia moglie, adorabile anche con quel vestito stretto e stinto; sulle sue ginocchia, Paolo ascolta rapito la magia del violino, mangiando inconsapevolmente la pappa che a tradimento la mamma gli infila tra le labbra, E nell'angolo della mangiatoia, alta e fiera come sempre, con le sue vesti nere di cotone e i capelli bianchi raccolti sulla nuca, mia madre ˆ che parla solo dialetto e dirige il suo laboratorio di sarta con l'autorità di un generale ˆ sta suonando il mio violino con aria sicura e ispirata, perché il bambino si decida a mangiare”.

    Così termina il libro, e basta questo brano a dare l'idea delle qualità di scrittore di Valter Valmaggi. Un linguaggio fatto di cose, una magnifica capacità di cogliere il dettaglio significativo e attraverso quello illuminare un carattere e far rivivere tutta una storia. Un libro che rispetta il lettore perché non lo soffoca di dettagli né lo stordisce di sentimentalismi, ma gli mette davanti semplicemente l'esperienza di un uomo che vissuto fino in fondo tutto quello che ha incontrato, e invita ad approfondire tutti i numerosissimi spunti che la sua umanità sincera ha saputo disseminare nel libro.

    Giovanni Romano 2010
    (Inviato su 24/02/10)

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