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Marina
Valmaggi
LA
GRAN
MERAVIGLIA
Storia
di
San
Juan
Diego
Approfondimenti
Incipit
«Dottore...dottore,
presto!
Il
paziente
della
n°2!».
Il
medico
non
si
scompose;
non
perché
fosse
occupato,
ma
perché
in
genere
tendeva
a
trattare
Manoli
con
una
certa
sufficienza.
Manoli
era
linfermiera
del
reparto
di
Medicina
Intensiva
del
Durango
Hospital:
a
onor
del
vero,
una
professionista
eccellente,
ma...
Aveva
quella
strana
abitudine
di
cantare
per
i
suoi
assistiti.
Questi
non
se
ne
lamentavano
di
certo,
date
le
loro
condizioni:
la
maggior
parte
era
in
stato
comatoso
e
se
ne
sarebbe
andata
al
Creatore
entro
pochi
giorni,
o
forse
in
poche
ore...
Adesso
poi
che
si
era
scoperto,
e
divulgato
attraverso
numerosi
simposi
e
congressi,
che
il
canto
può
avere
un
effetto
terapeutico,
nessuno
lavrebbe
fermata
più!
Cantava
pianissimo,
è
vero,
e
con
molta
arte.
Ma
era
un
tale
imbarazzo
interromperla,
durante
i
controlli:
sembrava
quasi
di
offenderla.
Una
volta
le
aveva
chiesto:
«Manoli,
ma
perché
canta?»
«Canto
e
non
canto:
in
realtà,
prego...
che...
se
prego
solo
mentalmente,
mi
perdo,
oppure
mi
addormento»,
aveva
scherzato.
«E
se
prego
con
le
parole,
magari
mi
sembra
di
vegliare
un
morto...
Invece,
se
canto,
so
di
vegliare
un
vivo:
uno
ancora
vivo,
intendo...».
Lui
non
aveva
fatto
commenti.
Del
resto,
non
doveva
essere
piacevole
trascorrere
sei
notti
alla
settimana
al
capezzale
dei
moribondi.
«Dottore...
è
incredibile,
venga!».
La
bella
voce,
solitamente
così
dolce,
ora
suonava
acuta
e
addirittura
spazientita.
Il
medico
si
alzò
pigramente,
per
non
dar
a
vedere
di
essersi
allarmato.
Il
paziente
della
n°2
era
candidato
ad
andarsene,
tutti
lo
sapevano
nel
reparto.
Già,
non
si
capiva
come
si
potesse
considerarlo
ancora
vivo.
Giaceva
immoto
da
tre
giorni,
col
cranio
completamente
sfracellato,
tanto
che
era
stato
difficile
ricomporlo
e
fasciarlo...
per
poterlo
almeno
mostrare
-
di
là
dal
vetro
-
alla
madre.
Si
chiamava
Juan,
come
tanti
ragazzi
del
luogo,
e
come
tutti
aveva
una
sfilza
di
altri
nomi
e
cognomi;
ma
alla
fine
era
solo
Juan,
il
figlio
della
vedova
Esperanza:
Esperanza
Barragan
Silva.
Disgraziato
nel
nascere,
disgraziato
nel
crescere:
da
molti
anni
la
droga
si
era
impadronita
di
lui,
del
suo
cuore,
del
suo
cervello,
facendone
un
disperato,
come
troppi
giovani
di
quella
generazione.
Tre
giorni
prima,
in
un
momento
di
sconforto
(o,
più
probabilmente,
sotto
leffetto
della
marijuana)
aveva
infierito
furiosamente
contro
se
stesso
con
un
coltello,
poi
si
era
gettato
da
un
balcone
del
terzo
piano.
La
madre
-
che
in
occasione
di
tali
accessi
aveva
più
volte
dimostrato
di
possedere
una
forza
leonina
-
dopo
essere
riuscita
ad
afferrarlo
appena
in
tempo
per
le
caviglie,
aveva
tentato
di
reggerne
il
peso
mentre
lui
già
penzolava
nel
vuoto.
Pur
sottoposta
ad
uno
sforzo
sovrumano,
la
donna
gridava
come
unaquila
perché
qualcuno
li
soccorresse.
Ma,
ahimé,
in
precedenza
aveva
chiuso
la
porta
di
casa
a
doppia
mandata,
per
impedirgli
di
uscire
in
cerca
di
altra
droga:
nessuno
dei
vicini
sarebbe
riuscito
ad
entrare.
E
intanto
che
lei
gridava
raccomandandosi
a
non
so
quale
personaggio
del
Cielo,
Juan
le
era
scivolato
via,
giù
da
quel
maledetto
palazzo.
Uno
schianto
orrendo,
e
la
fine.
Tutto
il
vicinato
se
laspettava,
così
o
in
altro
modo:
ormai
si
auguravano
solo
che
il
ragazzo,
da
cinque
anni
tossicodipendente,
non
facesse
del
male
ad
altri,
visto
che
era
divenuto
sempre
più
strano
ed
aggressivo.
«Dottore...
guardi
anche
lei!».
Juan
era
seduto
sul
letto,
con
unaria
sorpresa
.
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